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L'Ombra della Consuetudine


di Max_7719
12.10.2025    |    2.363    |    5 7.2
"“Marco, mi ascolti?” chiese Sofia, la sua voce leggermente inasprita dalla sua assenza mentale..."

Marco era un uomo in trappola, sebbene la sua prigione fosse foderata di lusso e comodità, e la sua carceriera fosse la donna che amava. Erano passati dodici anni da quando lui e Sofia avevano unito le loro vite in una tessitura di abitudini e promesse, anni che avevano trasformato il fuoco della passione in una brace fioca, sufficiente solo a scaldare la loro routine, ma non più a illuminarla.
La stanchezza non era fisica; era un’inerzia dell’anima. Si manifestava ogni sera, al ritorno dal lavoro, quando la vista del cappotto di Sofia appeso all’ingresso gli preannunciava l’esatta sequenza degli eventi: un "ciao" distratto, la preparazione della cena vegetariana – sempre varianti sul tema della quinoa –, la visione di un documentario impegnato e, infine, il silenzio pesante nel letto, interrotto solo dal respiro regolare di lei.
“È troppo facile,” si ritrovava a pensare Marco, fissando il soffitto. La facilità era diventata il suo nemico.
Sofia era, oggettivamente, perfetta. Intelligente, premurosa, una professionista affermata. Era la base solida su cui aveva costruito la sua vita. Eppure, ogni giorno, quel fondamento gli sembrava più una panca di marmo: fredda e immutabile.
Il problema, Marco lo sapeva, era racchiuso nell'unicità. Era stanco della sua intelligenza, della sua premura, della sua predictable reazione a ogni evento. Era come leggere lo stesso libro, bellissimo, ma per dodici anni di seguito. Le pagine erano logore e i dialoghi sapevano di già sentito, ogni colpo di scena ormai prevedibile.
Non si trattava di insoddisfazione sessuale, non solo almeno. Il sesso con Sofia era confortevole, intimo. Ma gli mancava il brivido della scoperta, la vertigine dell’ignoto, il senso di conquista che derivava dal decifrare un corpo e una mente nuovi. Quando era stata l’ultima volta che si era sentito nervoso all’idea di toccare Sofia? Probabilmente un decennio prima. Adesso, ogni carezza era una mossa appresa, un gesto familiare quanto allacciarsi le scarpe.
Un pomeriggio, durante una pausa pranzo trascorsa nel parco, osservò un gruppo di studenti universitari che ridevano. Erano belli, caotici e pieni di potenziale inesplorato. Marco provò un’ondata di malinconia così forte da mozzargli il respiro. Sentiva di aver chiuso tutte le porte eccetto una, e quella singola porta era diventata troppo stretta per contenere tutto ciò che era.
“Devi volere solo me,” gli aveva detto Sofia una volta, con un sorriso a metà tra il romantico e il possessivo. Quella frase, all'epoca, era suonata come una dedica, una promessa di amore eterno. Ora, riecheggiava come un monito, un’iscrizione sulla sua cella.
Iniziò a sviluppare un interesse quasi ossessivo per le piccole deviazioni. Un caffè con una collega a cui non aveva mai parlato davvero, una conversazione prolungata e inaspettata con la barista. Erano briciole, ma nutrivano il suo desiderio di varianza, di input diversi, di risposte che non conoscesse già a memoria.
Queste deviazioni, per quanto innocue, generavano in lui un acuto senso di colpa, perché lo allontanavano dalla sua promessa e, soprattutto, gli dimostravano quanto fosse facile sentirsi di nuovo vivo.
Una sera, al tavolo della cena, Sofia parlò con entusiasmo di un weekend in montagna che avevano programmato per l'estate. Parlava di sentieri, di aria fresca, di silenzio. Per Marco, tutto ciò evocava solo la prospettiva di due giorni interi senza via di fuga, amplificando la solitudine della loro intimità.
“Marco, mi ascolti?” chiese Sofia, la sua voce leggermente inasprita dalla sua assenza mentale.
“Sì, certo. Montagna. Bello,” rispose lui, meccanicamente, e in quel momento si rese conto che la sua vera stanchezza non era dovuta a Sofia, ma alla monotonia del Sé che la relazione gli imponeva. Aveva smesso di esplorare sé stesso perché il copione era già scritto: Marco, il compagno fedele e stabile di Sofia.
Il peso del “per sempre” non era l’amore, ma l’immutabilità. Era stanco di essere il Marco che lei si aspettava, stanco di interpretare l'unico ruolo disponibile sul loro palcoscenico.
Quella notte, si rigirò nel letto, la mente un turbine. Non voleva distruggere la loro vita, ma non poteva più sopportare il lento soffocamento. Il desiderio di libertà non era il desiderio di altre donne, ma il desiderio di altre possibilità, di altri modi di essere che la monogamia, nella sua interpretazione più rigida, sembrava aver reciso alla radice.
Pensò alla frase di Sofia: “Devi volere solo me.”
Cosa succede se smetto di volere la stabilità e inizio a volere l’ignoto?
Il soffitto continuava a fissarlo, ma ora Marco vedeva una crepa, una minuscola fessura attraverso la quale l’aria fresca e la luce della possibilità potevano finalmente insinuarsi. Il problema della monogamia non era la partner unica, ma l'aspettativa che quell'unica persona potesse soddisfare ogni sfumatura di un'anima complessa e mutevole. E forse, si disse, la stanchezza era solo il modo in cui la sua anima gli stava urlando di espandersi, anche a costo di incrinare la perfetta, ma soffocante, vita che avevano costruito.
Si voltò e abbracciò Sofia, un gesto forse più per sé stesso che per lei. Sentì il suo corpo caldo, confortante, e per un istante, l'ombra della consuetudine si ritirò. Ma il seme del desiderio di un orizzonte più vasto era ormai piantato, pronto a germogliare. E Marco sapeva che, prima o poi, avrebbe dovuto decidere se irrigarlo o estirparlo. Per il momento, era solo incredibilmente, profondamente, stanco.
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